I castelli delle rose nell’inverno a -30° C I parte

Segna ancora – 10° C il termometro, alla parete sul lato sud, protetta, della casa.

Alle sette del mattino, proprio quando il micio suditirolese mio pensionante reclama la sua colazione prima di uscire.

Si è provveduto diversamente quest’inverno, visti gli esiti non proprio eccitanti della vegetazione delle rose l’anno scorso.

E pure, prima dell’impianto, si era consultato l’archivio USDA sulla resistenza al gelo, chiesto al vivaista di qui, sempre prudentissimo. Chiesto ad altro vivaista, quasi a Vicenza (pseudo esperto),  notizie della disidratazione che il freddo, e i venti e il sole causano, per non dire di profondità e la durata del gelo nel terreno, variabili cruciali.

Certo le piante coltivate nelle zone USDA consigliate non muoiono se esposte, anche a lungo, alle temperature indicate come minime ma la vegetazione, nel caso delle rose i fusti, seccano se non opportunamente protetti dalla siccità invernale.

Le speranze circa la rosa New Dawn, data per resistente in zona, sono naufragate: la copertura di sfalcio di prato e terriccio, e scaglie di corteccia in sommità, tenuta insieme da ramaglie di abete, disposta a suo tempo fino a una cinquantina di cm. dal suolo (il punto di innesto stava a buoni 10-15 cm. sottoterra perché qui così si deve) è valsa solo a proteggere le gemme più basse.

Tutti i fusti, a partire da 30 cm dalla base, sono morti stecchiti. Ed erano belli, lunghi almeno un metro e sessanta, e forti.

rosa new dawn e panchina

La poverina s’è industriata a rifarsi una struttura e ha cominciato a fiorire che quasi s’era messo a nevicare di nuovo.

rosa new dawn

In posizione più riparata un’altra rosa, la Parkdirector Riggers, anch’essa data per resistente, coperta più o meno come la New Dawn, ha ripreso vita nello stesso modo, crescendo e fiorendo nella stagione tarda, che confina direttamente con l’inverno, inteso in senso termico, che qui inizia a fine ottobre.

La sera di una parkdirectors riggers - come dire - esco con la mia fiamma

Le malcapitate rose inglesi, date dal pur prudente vivaista Obojes per resistenti, sono state punite per via dell’ombra gettata, al mattino, da un pino argentato, cresciuto a vista d’occhio nel giardino del vicino. Qualcuna non ha fatto nemmeno in tempo a fiorire, altre sono fiorite giusto in tempo per scolorire sotto le piogge: quelle Abraham Darby, così profumate, con quelle corolle pesanti sempre a capo chino… :-((((

David Austin mi dovrebbe indennizzare per un tris di rose Abraham Darby (meravigliose, però, seccate a farci un tè, o a profumare una grappa) e per una rosa Falstaff, anch’essa profumata: le tapine non riescono a crescere oltre una cinquantina di cm.

Eccone qui, una, alla faticosa ripresa.
Era il 23 Marzo del 2009.

rosa abraham darby disgelo _3005401 come oggetto avanzato-1

Uno strazio rispetto a bel vedere che avevo sognato, comprandole.

La robustissima rosa Nevada, per contro, per tutto inverno, e ancora in primavera, rivaleggia, con i suoi fusti color cacao, addirittura con i signori del rosso: i Cornus Alba Sibirica, che dividono il mio fazzoletto di giardino dai prati circostanti, per mesi bianchi di neve.

autunno è le protezioni di rosa

La Nevada, qui sopra ritratta con le leggere protezioni dell’inverno, fiorisce copiosamente in giugno e mi costringe a vegliare contro miriadi di coleotteri voraci, che mi tocca sterminare con la massima fermezza, pur spiacendomi: al primo sole estivo sciamano dai prati, per la valle, e mangiano di tutto, quasi defogliando le  piante come l’ottimo Amelanchier alnifolius Obelix, che qui si vede in secondo piano, nel suo fogliame giallo autunnale.

Non lontano dalla Nevada sta una rosa che dovrò verificare se sia la rosa rubiginosa: il primo anno dall’impianto è rimasta immobile. La scorsa estate, tardivamente, si è destata e ha prodotto molti fusti, lunghi quasi un metro. Pochissimi fiori, qualche bella bacca brillante, che spicca sulle foglie dei lupini. O meglio quel che ne resta, dopo un combattimento per il controllo del territorio: lupini devastati (blu, selvaggi della Val Casìes, prelevati l’anno prima, con tutta la zolla di terra, e fragoline spontanee, dal lungo Pidigbach), steli disposti come dopo un tornado, ciuffi di pelo e  gattazzo sudtirolese abbacchiato per un giorno.

rosa rubiginosa, l'autunno che rivedo in marzo, aspettando il disgelo

L’ho protetta come la Nevada, in modo relativamente leggero ma mentre la Nevada ha mantenuto idratati i fusti per tutta la loro lunghezza, come l’anno scorso, questa sembra aver risentito del freddo, almeno nelle parti terminali dei rami.

Nel suo castello riposa, spero protetta, la fascinosa Rosa Moschata.

rosa moschata gypsophylla

L’inverno di due anni fa, una stagione dopo l’impianto, si è addormentata sotto un cono di una cinquantina di centimetri di sfalcio di prato, terriccio, corteccia. Il tutto fissato con ramaglie di abete, conficcate a capanna nel terreno. Pensai di proteggerla sotto un’accumulo di neve  ma fu un errore. La neve ghiacciò in breve e il disgelo si fece attendere a lungo. Per giunta i rami d’abete rimasero conficcati nel suolo, a far ombra, per un’eternità, prima che la terra, durissima, cedesse.

La povera Moschata dovette rivegetare dalle gemme più basse, ancora attive; la primavera inesistente introdusse  un’estate molto tardiva e così mi ritrovai con una pianta alta una cinquantina di centimetri che, appena in fioritura, fotografai alla veloce, visto l’approssimarsi della stagione fredda. (E qui si pianse, soprattutto perché al vivaio La Campanella più volte avevo espressi i miei dubbi, ovvero certezza contraria, circa la resistenza ai geli di questa pianta. Al gentile reclamo, che seguì i risultati, ci fu suggerito di usare fiori in plastica.)

lavori in corso muretti lunghi  rosa moschata

Così pensai a una tecnica ibrida tra il Minnesota Tip, le protezioni usate nella più fredda Val Badia, a Corvara, e lo stivaggio invernale di certe piante da frutto, presso il Vivaio Obojes, a Valdaora di Mezzo.

La tecnica del Minnesota Tip qui da noi mi pare impraticabile per diverse ragioni: in primo luogo è bene che si sia già verificata una gelata del suolo ma qui è rischioso lasciar passare troppo tempo: può succedere che la prima gelata inchiodi il terreno fino all’aprile successivo e, in secondo luogo, scalzare le radici per reclinare le piante è troppo rischioso, soprattutto col freddo alle porte.

In Val Badia usano coprire le rose con dei coni di terriccio, più o meno protetti con ramaglie e/o tessuto non tessuto. Lì l’inverno è capace di presentarsi a fine settembre, mi diceva un appassionato di rose, con giardino a Corvara.

Presso il vivaio Obojes riparano tutte le piante nelle enormi serre – a fine stagione molti arbustini ed erbacee perenni vengono sbattute via, nel mucchio destinato al compost. Non so quante ne ho salvate, andando a zampettare  nella parte più nascosta del vivaio, con Piero imbarazzato a scandire “basta, andiamo”, “andiamo basta”.

Le serre, con temperature esterne di -30 ° C (e con diurne altissime, a causa dell’implacabile sole invernale, e di primavera), vengono mantenute a una temperatura minima di 10 ° C : un gran lavoro, come si può immaginare. E dispendioso.

Dentro di tutto: da piante da serra fredda a rododendri ed azalee, che morirebbero disidratate, se lasciate fuori. Aceri giapponesi – bellissimi – e altri alberi di tutti i tipi, Cornus florida, Meli, Ciliegi anche alti diversi metri, tutti dentro.

I pini e gli abeti fuori a far gli spavaldi e qualche albero da frutta più resistente, come gli albicocchi della Val Venosta, da vendersi a radice nuda in primavera, in una specie di garage sotterraneo, non riscaldato, piantati provvisoriamente in terriccio misto a sabbia in apposite vasche in cemento.

Noi si è fatti i castelli: per ogni castellana piantate delle canne intorno alla rosa, fissato alle canne un cilindro di rete,  raccolta la pianta su di sé inframmezzandone i fusti con paglia (grazie, papà di Elena!). Un’infinità di terriccio misto a sabbia, raccolta da Piero con pazienza certosina, e forza proporzionale all’acqua che spesso l’appesantiva. A ricoprire la rosa, uno strato terminale di paglia.

E a coprire il tutto? Cappucci di rete, tagliente ahi metallica, fatti ad arte & ripasso geometria del cerchio, dal buon Piero. Del buon Piero, figlio di contadini,  va detto che tutto pensava, sposando nel ’79 una donnina in tailleur, calze 8 denari anche l’inverno e tacchi a spillo, allora non così comuni come oggi, tranne che  si sarebbe trovato col badile sempiterno a mano, a girar terra, cavar massi, portar massi, far muretti di sostegno, e piantar meli. E a sbregarsi le mani per fare i cappucci per le rose, tipo chinois, su disegno della sua Signora ;-D.

Tornando ai castelli, fatti i cappucci in rete, a prova di mezzo metro di neve, foggiati i cappucci in plastica e, tocco di classe, ramaglie d’abete a coprire i detti cappucci.

Il tocco kitch-caprettechefannociao, insomma.

I cilindri furono poi rivestiti con cannicciati ad hoc.

Se questo sistema elaborato non dovesse funzionare penso di attrezzarmi a una rapida fuga primaverile con i capelli al vento: come si dice meglio alzare i tacchi (delle pedule) alla velocissima.

Però non ho ancora detto del quasi-capanno a coprire un giro di rose sarmentose: le Narrow Water,

gran brave piantine che si vorrebbe vedere vegetare dai rami degli anni precedenti – in questo caso dell’anno scorso, visto che il gelo le ha praticamente ceduate. Lì ho optato per un tumulo, a base rettangolare, che ricoprisse le due Narrow Water,

rose narrow water

la rigida Falstaff (Austin Roses), e una sarmentosa leggiadra e profumata di nome Rosa Jasmina.

rosa narrow water

Un lembo del quasi-capanno è visibile nella prima foto di questo post, a sinistra del Cornus Alba Sibirica.

Un posto particolare, nel mio cuore, è per la Rosa Clair Matin.

rosa clair matin sovraesposta trattamento Orton Luisa

La portammo qui dal terrazzo di Venezia: quasi completamente defogliata, nella buona stagione, per un guasto alla pompa dell’acqua. Si riprese, protetta solo dal solito cono di terriccio, coperto di frasche d’abete, passò l’inverno perdendo però gran parte delle gemme, seccate sui rami rovinati dal gelo.
La trapiantammo in luogo più riparato, ai piedi di un muretto. E ne abbiamo, a novembre, fatto una castellana, a passare l’inverno come la Rosa New Dawn, la Parkdirector Riggers, la Moschata. Chissà… ora ho le provviste di sacchi per raccogliere paglia e terriccio: attenderò l’aprile per vedere se le protezioni avranno svolto il loro compito.

Fuor dai castelli la resistentissima Rosa Hugonis, di cui ho trattenuto i rami fissandoli a un tripode perché non soccombessero sotto la neve, come l’anno scorso.
Fuor dai castelli pure le corazzate Rosa Rugosa Rotes Meer, più piccole delle altre Rugose, dalle scintillanti bacche autunnali.

E, in vaso, alcune rose che dovrei controllare, messe in garage dove la temperatura non scende di molto sotto lo zero.

castelli delle rose: cornus alba sibirica, inserito originariamente da fratella Buon Anno!.

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2 pensieri su “I castelli delle rose nell’inverno a -30° C I parte”

    1. … si attese che la regina delle nevi togliesse le sue bianche insegne dal piccolo prato, ciò che quest’anno avvenne a cominciare dal mese di febbraio, restando a controllare fermamente la guarnigione il re del paese dei ghiacci, suo luogotenente.
      Nelle giornate soleggiate il re, distratto da qualche talpa nei prati vicini, che lo sfidava accumulando monticelli di terra, lasciava per qualche ora la sua rigida presa: qualche sparutissimo crocus ne approfittava, aprendosi a qualche coraggiosa ape, già avvistata a metà febbraio, a prender nota dei futuri itinerari di raccolta.

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