I castelli delle rose nell’inverno a – 30° C II Parte – L’antefatto

Quest’anno la morsa del gelo ha ceduto precocemente: è un sollievo che ci sia stata restituita la primavera, scippataci dal lunghissimo e rigido inverno 2009-2010.
Ai primi di marzo di quest’anno, il 3 per l’esattezza, l’ultima scaramuccia di neve.
A fondo valle, effimera come rugiada.

Il guardiano dei castelli di rose

Procedono le manovre di primavera: le invitte succulente cominciano a dar segni di ripresa dai muretti a secco mentre i ginepri lentamente cedono la divisa invernale; appaiono le gemme basali delle euforbie; nella prima settimana qualche timido bucaneve illumina al pedale i ribes nigrum, i primi crocus, compagni del mirabolano, aprono i loro fiori lucenti, prima i viola e poi i bianchi. Attendo con impazienza l’esito degli ultimi, molto promettenti, crocus botanici comprati a Lienz. Mai capito il perché di quelle orripilanti illustrazioni a colori ipersaturi, sulle buste, che li involgariscono togliendo loro quella grazia cristallina.
Narcisi precoci in avanscoperta: prudenti tuniche cartacee spingono pochi centimetri di verde al pedale dell’uva spina, quella rossa. A metà mese si affacciano le prime foglioline (vagiti?) dei delphinium, dei lupini, dei papaver nudicaule, fioriscono alla spicciolata, di numero, due bellis perennis, quasi ancora senza foglie, le coraggiose viole del pensiero, quelle comprate per pietà a Lienz, violeggiano tra il fogliame ancora giallo. Le piccole viola odorata si riaffacciano con foglie verde tenero, insieme ai geum, sotto casa.

E le rose di cui si dicono i castelli?
Abbiamo, con pazienza certosina, e mani assassinate, cominciato a smantellare le protezioni invernali: i fusti sono verdi e le gemme, sepolte in terriccio misto a sabbia, si sono già mosse. Per scaramanzia freno la mia esultanza: se tutto questo verde fosse un effetto della surgelazione, come per le foglie delle piante perenni, uscite vivide e brillanti dal manto nevoso per poi marcire miserrime?

Mi sono ripromessa di redigere un rapporto, che sarà illustrato da noiose foto, di questo immane lavoro: a futura memoria, quale ne sia il risultato, sempremente e comunquemente.

Dunque flash back: esterno giorno, anzi esterno mattina, prestissimo, ottobre 2010, brina.

prospettivAutunno

Fascinosa brina che contorna le foglie del bellissimo Acer Japonicum, da poco, e con mille titubanze, portato in valle. Svernava in serra, da Obojes, avrebbe retto all’inverno della Val Casìes?
Da due o tre anni li andavo a trovare, lui e suo fratello, in vivaio: belli di corteccia, di foglia, di semi, di portamento, di colore primaverile, estivo, autunnale (singhiozzi pensando alla relativa rusticità).
Ma occhieggiato da più inverni un certo Acer a Tesido e, pure, quelli lasciati in piena terra da Obojes, a Valdaora, rompemmo gli indugi e ce lo facemmo portare trionfalmente a casa: l’avremmo protetto; le cinciallegre si sarebbero divertite, dai rami alti, a insolentire i gatti.

sull'acer, japonicus, a fare la stampina giapponese

Tornando al diario: brina, mucche tornate dall’alpeggio al pascolo sotto casa,  lavoriamo come coatti all’ultimo muretto ed ampliamento piano, in attesa del primo gelo, catartico, per sistemare le rose, tardivamente cariche di fiori. Profumati. Con l’eccezione delle Rotes Meer, gialle di foglia, rosse di bacche, spinose come tutti gli ibridi di Rugosa, resistenti al clima di qui e più piccole, e meno scontate, delle Rugosa Hansa ed altre, molto presenti nelle aiuole pubbliche.

Di questo nostro lieve tramontare

Proprio per l’abbondanza dei fiori, dovendo preparare le piante al riposo, avevo cercato un prodotto rameico che non fosse fitotossico, e pure l’avevo trovato e ordinato. Perso il riferimento, roba da Ahlzeimer, e il negoziante non ricorda più! Ricoverare anche lui. Poco male, però,  perché le temperature si sarebbero in breve abbassate, e a quei livelli l’anticrittogrammico non sarebbe stato efficace.
Fermo Proposito in agenda: dai primi di settembre dovrò ricordarmi, quest’anno,di trattare.

Trafugati da uno dirupo della Val Pusteria antichi tronchi, ora luminosi massi per chissà quale geologico incanto, Piero si occupa dell’ultimo muretto mentre io, speranzosa, pianto centinaia di bulbi comprati a prezzo irresistibile da Baumax a Lienz e il mandriano, attento, sorveglia le vacche.

tel lì il guardiano delle vacche!

Che spettegolano sulle sue liti amorose, le malnate! Sfide per cui il giorno prima è tornato a casa con la coda così e il naso a graffi(ti) rossi. Incazzosissimo e intrattabile.

Ma noo, ma davèro? Ma sì, ma sì, davèro davèro... è lui il ciula che le ha prese dal Gildo-10 kg. l'altro giorno!

Mucche o non mucche allo Smilzo si è fatto ben capire di chi è il protagonista e chi comanda, eh!

'a Smilzo, fuori dal mio filmeee!


Tramontando così il 19 ottobre,

tempo lucente, e irreversibile, d'autunno

così ci si svegliava il giorno successivo:

mattino _7004017 come oggetto avanzato-1

qualche tempo dopo così:

arrivederci al prossimo anno!

così:

il buongiorno della nuova stagione è un uccellino, anzi due!

e così:

giallo, forse cobalto, e rosso accesi dalla neve intorno

così le vacche:

com'era verde la mia vallata

così qualcun altro:

In garitta di guardia al confine: 'a Smilzo appalèsati se c'hai der fegato

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2 pensieri su “I castelli delle rose nell’inverno a – 30° C II Parte – L’antefatto”

    1. grazie a te Isa, per la pazienza nel seguire le disavventure di questo (estremo) giardino bambino, che invidia il tuo orto e i semenzali di Amedeo!

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